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Ranieri si dimette: “Per amore della Roma”

Da La Stampa:

Le prime parole di commiato, Claudio Ranieri, le ha pronunciate a caldo. Entrando nello spogliatoio del Luigi Ferraris, i quattro gol subiti in rimonta dal Genoa sono sembrati troppi anche al tecnico di Testaccio per non rassegnare le dimissioni e srotolare una volta ancora il suo slogan: «Nella tempesta io non abbandono la nave». Una promessa registrata alla vigilia della sua ultima tappa sulla panchina della Roma: un azzardo, figlio della confusione. La presa di coscienza è arrivata: «Ho sempre pensato al bene della Roma, dopo una partita come quella di oggi, per amore di questi colori ritengo sia giusto dare un segnale. Ringrazio tutti i tifosi e la dottoressa Sensi». La squadra si è presa le uova al rientro a Trigoria, la società (quale?) si è presa la notte per ricevere consiglio: le indiscrezioni portano a Montella, attuale allenatore dei Giovanissimi. Non avendo il patentino per la serie A, verrebbe affiancato da Andreazzoli, ex collaboratore di Spalletti. Le alternative? Bruno Conti e Alberto De Rossi, papà di Daniele e allenatore della Primavera.

Bizzarro era stato il segnale con cui sabato, dalla conferenza stampa di Trigoria, Ranieri metteva in allerta il proprio avvocato: «Dai nuovi proprietari (Unicredit e gli americani di DiBenedetto, ndr) giungono messaggi positivi, vogliono rinnovarmi il contratto, perciò diamo tempo al tempo». La realtà è un’altra: Ranieri stava già con l’acqua alla gola, il tempo è scaduto. La sua forza, quella dei numeri, nell’ultimo mese lo ha abbandonato: aveva fatto più punti di Mourinho, nella stagione scorsa, ereditando la panchina di Spalletti dopo appena due giornate; nel 2010 aveva messo in riga tutti, rimanendo inesorabilmente all’asciutto di trofei. «Bando allo spettacolo, conta la vittoria», il suo cavallo di battaglia. I conti di febbraio hanno fatto saltare il banco: quattro sconfitte di fila, in mezzo il tonfo con lo Shakhtar che ha ridotto al minimo le speranze di andare avanti in Europa. Ma l’addio dalla Roma non è solo una questione di risultati: il rapporto con i suoi ragazzi, gli stessi che conclusero il campionato precedente a due punti dallo scudetto, si è sgretolato, attrito dopo attrito, fino a ridursi in macerie. Non amava sentir parlare di «casi», Claudio Ranieri. Eppure di fratture ce ne sono state, eccome. Il primo segnale lo lanciò il capitano: «Con il catenaccio non si vince», disse Totti dopo la figuraccia rimediata in casa del Bayern Monaco. Gli screzi culminarono con l’affronto dei quattro minuti di recupero riservati dal testaccino al numero 10 in occasione di Sampdoria-Roma. Poi è stata la volta di Vucinic, il Genio che in tante occasioni gli aveva tolto le castagne dal fuoco: uno scambio di insulti a Trigoria è il surrogato di un’altra storia incrinata. Per non parlare di Pizarro, altro protagonista dello scorso anno che, dopo le vacanze natalizie prolungate per curarsi il ginocchio, è sembrato restio a prestarsi alla causa. L’ultimo mugugno è uscito dal labiale di Borriello: «Ho fatto 25 mila gol e lascia fuori me», la delusione dell’attaccante per l’esclusione in Champions. Malumori incontrollati e incontrollabili. Di fronte ai quali non valgono gli aneddoti di clamorose risse negli spogliatoi di tutte le grandi del calcio. Sul campo, i giallorossi, fin qui si sono arresi troppe volte: Tinkerman (così chiamavano Ranieri in Inghilterra per sottolinearne prima i pasticci, poi la duttilità degli schieramenti) non è riuscito a dare un’identità alla Roma. Anche ieri, a Genova, la squadra, pur avanti di tre gol, non ha mai smesso di scricchiolare. L’ingresso di un difensore, Loria, per Borriello, non era l’ultimo disperato tentativo di resistenza. Semmai, il segnale della resa.